LE INTERVISTE DI LOST HIGHWAY
Gisela "Gisy" Scerman

Nel presentare il tuo ultimo libro “La Ragazza Definitiva” (titolo forte su cui ci torniamo poi), dici “Amore per la vita, e fatica di stare al mondo, quando la bellezza e l’intelligenza diventano quasi un impaccio. O una condanna.” Sei modella e di una bellezza “fumettistica”, cerchi di nasconderla dentro “un personaggio di fantasia” per far emergere la tua bellezza interiore? Non credo tanto emerga una bellezza interiore dal libro, o almeno, l’intento non era questo, forse più un aspetto sado-masochistico mentale che la protagonista vive nelle relazioni che le capitano a tiro. Volente o nolente si ritrova con una certa insofferenza della quale vorrebbe fare a meno, ma alla quale non può rinunciare; naturalmente anche per una sorta di salvezza istintiva. “Amore per la vita, e fatica di stare al mondo, quando la bellezza e l’intelligenza diventano quasi un impaccio. O una condanna.” La prima parte della frase mi rispecchia, la seconda no, comunque non l’ho scritto io. Fatica di stare al mondo sì, tanta - bellezza e intelligenza che impacciano, non mi riguarda più di tanto - credo che comunque ci si ritrovi al mondo sia comunque una fatica, belli brutti, intelligenti o no, ognuno interpreta le magagne del mondo con i propri mezzi a disposizione, ma son sempre magagne in fin dei conti.
Quando si parla di femminilità germanica e di erotismo si tende ad associare (in ambito letterario-esoterico) questa figura di donna possente all’immaginario nazista-esoterico. Tu nasci in Germania e vivi in Italia, quanto ti senti donna e quanto italiana? Che sono donna me lo ricorda continuamente questa società, nel bene e nel male; poi, certo, essere donne ha anche dei vantaggi, e dunque perché non sfruttarli finché si può? Di fatto son sempre cresciuta in Italia a parte i primissimi anni a Monaco, comunque son molto affezionata all’Italia con tutti i difetti degli abitanti è una bella terra, anzi più che bella; e amo l’Emilia Romagna dove son venuta a vivere dal Veneto. Sembrerà modesta, ma per me questa è stata la conquista più grande finora.
Dici “Lo scrivere per me diviene una specie di sopravvivenza, un modo altro di esorcizzare le proprie angosce”, ricollegandomi alla prima domanda, ti senti un po’ in gabbia in questo mondo? Oh beh certo, non è facile rendersi liberi. Essere liberi significa rinunciare al mondo in cui siamo cresciuti, in cui viviamo; c’è chi si atteggia alla rinuncia, ma è spesso solo un atteggiamento perché essere veramente liberi significherebbe essere eremiti. Ho stima di chi ci riesce, ma la libertà è una conquista difficilissima causa tutte le cose instillate dalla nostra cultura. Mi verrebbe da dire che è lì, in quella condizione che nasce “l’erba voglio”, proprio perché si riesce a raggiungere quello stato di non dipendenza dal volere, così non volendo, con una grandissima volontà tra l’altro, si riesce ad essere. Scrivere è un angolo ipotetico dove ci si può ritirare, finché non viene corrotto da tutto quello che poi dice la critica, e da tutte quelle che sono ancora influenze su di un atto puro. Del resto è un serpente che si mangia la coda, inevitabile. A questo mondo bisogna vivere, per vivere anzi per convivere bisogna arrivare ad un compromesso, uno sceglie penso quello che crede per se stesso il compromesso minore.
Cos’è l’amore? E’ volere il bene delle persone a cui vuoi bene.
Cos’è il sesso? Chiavare, con tutte le sue varianti.
Le persone che ti stanno accanto sono lo scenario di un poema epico o il contorno inefficace della tua vita? Non parlo molto nel libro delle persone che mi stanno accanto, a parte alcune eccezioni come Antonio l’alter ego maschile. I personaggi che prendo in esempio, che sono quasi tutti delle toccate e fuga, piuttosto si può dire che hanno sfumature epico-moderne, fanno da scenario alla vita di tutti i giorni che è epica sotto molti aspetti. Contorno inefficace della mia vita - non so bene cosa intendi, ma ad occhio e croce direi di no…
Sei appassionata all’universo scientifico, in particolare alla chimica e alla genetica, e studi biotecnologie all’Università di Reggio Emilia, cosa ti lega a questo mondo? In maniera casuale, ricordo che ero in gita scolastica alla fine delle elementari, e guardando su di un pacchetto di caramelle delle sigle che indicavano i coloranti, in maniera superficiale ho cominciato ad appassionarmi alla realtà dei componenti alimentari. Da lì in poi ho sempre nutrito una grande curiosità nei confronti della chimica. Poi per un periodo è stato tutto in sedimentazione, a scuola alle superiori ero un disastro, non ci andavo mai, o ci andavo per finta, stavo anche molto male, soffrivo già allora di attacchi di panico. Prendevo la corriera e invece di andare a scuola mi ritrovavo nei bar con gli altri ragazzi che bigiavano, o andavo a vedere le manifestazioni in città; non che interessassero, ma dovevo far finire la giornata. Così ho perso 2 anni, dopodichè mia madre mi ha mandato a lavorare inferocita che passassi il tempo così, (ridandole i soldi delle iscrizioni precedenti!). Da lì, in un albergo a Trento, avevo 15 anni, facevo le camere la mattina e lavavo i piatti pomeriggio e sera. Un giorno ho ricominciato a leggere le etichette dei detersivi, i tensioattivi ionici, non ionici, ecc, tornavano ad essere una passione, così come la chimica degli alimenti. Ho preso diversi libri sull’argomento lì, in fretta e furia, quelli che potevo trovare in quel paesino di montagna! Capivo che quella sarebbe stata una parte importante per me… Da lì in poi non mi sono più fermata . Ma per essere veramente libera di gestire il cuore e la mente dovevo venirmene vai da Vicenza e questo avvenne 2 anni dopo, miracolosamente dopo quell’estate era come se mi si fosse scaravoltata la mente e nonostante le magagne, gli studi che scelsi in seguito andavano benissimo. Credo che il mondo, l’universo si spieghi sempre in rapporti di micro e macrocosmo, senza il primo non ci sarebbe il secondo, non vale viceversa visto che gli atomi se ne possono stare in panciolle fregandosene di cosa pensiamo noi, e se pensiamo e se mai esistesse un’anima è perché gli atomi ci danno la possibilità di rappresentarla. Almeno razionalmente parlando. Ciò non toglie comunque che esista un’influenza reciproca molto, ma molto spinta e stretta. E’ un discorso parecchio complesso però da spigare.Ma questo mio interesse è del tutto irrazionale, mi spinge alla volontà di conoscenza perché sento la necessità di andare a fondo, di come le molecole danno vita a quella che noi chiamiamo realtà. Lo vivo sotto un aspetto ludico, giocoso. Peccato che abbia dei limiti non indifferenti nella comprensione matematica. Purtroppo non è proprio il mio campo, il che mi rammarica molto, perché la matematica è importante nella comprensione dei principi universali. E’ come se una sensazione che tu senti dentro debba in un qualche modo confermarla con delle leggi esistenti. Viceversa c’è magari c’è chi è un ottimo matematico e non sente questa pulsione emotiva verso l’universo che ci crea, che ci circonda che siamo. Ma la legge che “chi ha il pane non ha i denti e viceversa” … è una grande verità. Spesso.
Trovo grandissimo il ricercatore Cavalli-Sforza, nonostante l’età sa raccontare la scienza in una maniera narrativa esaltante, uno dei miei libri preferiti in ambito Geni-popoli e lingue ed Adelphi, per me è una piccola bibbia. Lo consiglio vivamente a chi ne fosse interessato, e pure Bergson “L’evoluzione creatrice”, anche se è un po’ snobbato ormai, ma resta un grande maestro dell’anima, una nota di merito non indifferente anche a Monot con “Il caso e la necessità”. Filosoficamente molto interessante.
Trovo che sei incuriosita dall’immaginario fetish, cosa ti affascina? Anche qui mi ci son ritrovata abbastanza per caso; non è che l’abbia cercato a dire il vero, mi interessava essere fotografata, e per caso ho conosciuto fumettisti dell’eros italiano, con tutti i corollari che ci stavano attorno, tra cui pure il fetish. In parte ho apprezzato parecchio, soprattutto il feticismo legato all’immaginario pin-up anni ’50 Bettie Page e via dicendo. Poi si conoscono un sacco di sfaccettature interessanti della sessualità degli altri. Ti apre un modo, e capisci che il sesso non è solo infilare l’uccello o aprire le gambe. Per fortuna.
Oltre al presente blog (di ispirazioni lynchiana) e ad altre tante cose di cui mi occupo, gestisco la più grande community lesbo-italiana, che rapporti hai con lo stesso sesso e credi veramente (come dice Cristina Pavarotti) che il futuro sia androgino? L’uomo moderno si può definire “eterino” (cioè legati a principi e stili di vita femminili)? Sicuramente le differenze tra maschile e femminile si stanno assottigliando. Questo riguarda il pensiero, e di conseguenza anche tutta la cultura che ne deriva, atteggiamenti vestiario ecc. Ma non penso sia un muro così facile da abbattere, il maschile e femminile resta sempre un argomento di grandissimo interesse e finché c’è, significa che le differenze ancora esistono. Non vorrei che l’assottigliamento delle differenze vada a scapito dell’attrazione, ma più probabilmente anche questa considerazione fa parte di un retaggio, è più facile ci sia un’evoluzione dell’attrazione. Le persone si son sempre adeguate al mondo in cui si son ritrovate ed i rapporti tra queste di conseguenza. L’uomo eterino come tu definisci è circoscritto ad un modello di vita laica che viene continuamente propinato dalle soap opera, ma non credo sia così diffuso nella realtà. Però è vero che i giovani di oggi son più disposti a supplire alcune mansioni che un tempo erano viste come esclusivamente femminili; mentre generazioni meno recenti fanno una gran fatica ad accettare invece anche solo una possibile variante dei ruoli. Tutto questo penso derivi pure da una consapevolezza che non si può più fare affidamento come un tempo ad un’istituzione solida come la famiglia di un tempo, uno sa che deve badare a se stesso, che di certezze ce ne sono molte meno, proprio perché la gamma di possibilità di scelta è aumentata incredibilmente. Poi i figli di oggi, son figli degli anni ’70 in poi, ancora reduci da un femminismo abbastanza marcato, almeno nei luoghi non periferici. Questo non lo dobbiamo dimenticare ed ha influito nella non trasmissione degli standard. A me tutto questo non dispiace a dire il vero, anche se ha il suo prezzo nell’instabilità quotidiana.
Sto “analizzando” via web una ragazza tedesca che vive a Roma, 18enne e con forti aspirazioni sadiche da mistress, da persona intelligente quale sei, che consiglio daresti ad una giovane ragazza per vivere la vita nel migliore dei modi? Trovo che l’esempio che ti ho riportato sia legato ad una forma di ribellione interiore… Non si possono dare ricette assolute, ogni persona è un mondo a sé, e sarebbe parecchio presuntuoso pensare di parlare per coscienza assoluta. Posso dire quasi per certo che a volte l’equilibrio che uno cerca passa attraverso disequilibri, soprattutto in quelle fase sperimentatrice post-adolescenziale. E quello che per una persona può essere l’equilibrio può non esserlo per un altro. L’importante è non andare in un oltre dal quale poi fai fatica a tornare indietro. E’ chiaro che quando si è più giovani, si hanno più energie e quindi si può anche pensare di spendersi in tentativi più o meno azzardati, magari in cui credi e ti sembrano verità. C’è chi dice che “da giovani si è immortali”: io non concordo, a volte si fanno errori che ti cambiano tutta una vita. Io credo che se questa ragazza lo sente come necessità forte interiore faccia bene a farlo, per qualsiasi altro motivo che non sia una necessità no. Le forme di ribellione poi ce le abbiamo tutti o scrivendo, manifestando,componendo musica o producendo arte, in un modo o nell’altro gridiamo al patimento o alla noia che ci assale. L’importante credo sia farlo con una coscienza, cioè valutando le conseguenze delle nostre esigenze.
“La Ragazza Definivita” è un titolo molto forte, definitiva poiché non vi sono alternative al tuo concetto o definitiva poiché ad un certo punto si diventa come la protagonista del tuo libro? Definitiva è ironico, non è mai definitiva, sempre in transazione di storia in storia, ma soprattutto nella mente e nel cuore, con un’unica costante: il dolore.
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